1984. Mark Ashton (Ben Schnetzer), giovane attivista gay di Londra, decide di raccogliere fondi per i minatori in sciopero contro il governo di Margaret Thatcher. Certo che i lavoratori in lotta siano vittime dello stesso sistema che colpisce gli omosessuali, convince alcuni suoi amici a sostenere la sua idea e fonda l’L.G.S.M (lesbiche e gay a sostegno dei minatori). Inizialmente respinti dalla gran parte dei sindacati, trovano chi è disposto ad accettare il loro aiuto in una piccola comunità del Galles del Sud. Superati pregiudizi e reticenze, nascerà un legame sostenuto da solidarietà e senso di comunione. Ad immortalare l’audace impresa ci penserà il giovane Joe Cooper (George MacKay), il fotografo “ufficiale” del gruppo, entrato in contatto con l’associazione infiltrandosi in un loro corteo e divenuto da subito parte integrante del progetto.

Ma non bisogna lasciarsi ingannare da questa sinossi. Pride non è il solito film sulle tematiche LGBT né una pellicola storica nel senso comune del termine.
È un viaggio folle, colorato e luminoso all’interno della vita di persone che non hanno mai accettato di nascondere ciò che sono. Lo spettatore si ritrova immediatamente catapultato in una storia dal forte potenziale cinematografico, che tiene incollati allo schermo per circa due ore e che non può che scaldare anche gli animi più freddi e distaccati. Basta, del resto, leggere le didascalie che scorrono fra i titoli di coda per rendersi conto della portata rivoluzionaria di questa improbabile alleanza, tanto per i singoli quanto per le varie comunità.

Il regista Matthew Warchus (al suo primo film di successo, dopo il flop di Inganni Pericolosi) riprende lo stile scanzonato ed irriverente di alcuni film british vecchio stile (primo fra tutti Full Monty) e lo mescola alle tragedie private e collettive dei protagonisti: problemi familiari, coming out, AIDS (Jonathan Blake, interpretato da Dominic West, è stato uno dei primi positivi del Regno Unito). L’umorismo e l’autoironia, però, impediscono al film derive buoniste o smaccatamente sdolcinate, ed anche i momenti più toccanti e commoventi vengono stemperati dal modo di porsi dei protagonisti.

La politica viene lasciata sullo sfondo: il contesto storico e sociale è fondamentale per comprendere il racconto ma la trama si concentra sullo scandagliare i rapporti umani e la psicologia dei singoli personaggi. E ciò è possibile grazie ad un’attento lavoro sulla sceneggiatura, che taglia e cuce i momenti cruciali di una vicenda molto più complessa e stratificata e riduce i gruppi coinvolti a due piccole comunità, il sindacato gallese e un’associazione di attivisti londinesi.

Il punto di forza del film risiede sicuramente nella regia e nel grande affiatamento di un cast corale squisitamente britannico, in cui spiccano Bill Nighy, Imelda Staunton (Dolores Umbridge nella saga di Harry Potter), Dominic West, Andrew Scott e George MacKay (divenuto poi famoso per i suo ruoli in Captain Fantastic e 1917).

Un piccolo film indipendente che permette di riscoprire una vicenda reale rimasta sullo sfondo della Storia dei diritti civili per circa trent’anni, più che mai attuale nel 2020.
Da guardare esclusivamente con la mente e il cuore aperti.