Dolittle, celebre per la sua capacità di parlare con gli animali, è uno di quei personaggi letterari che ha vissuto tantissime vite. Apparso per la prima volta nel 1920 sulle pagine di un libro per bambini di Hugh Lofting, è stato protagonista di serie tv animate, programmi radio, film, musical, audiolibri e cortometraggi. La sua fama, però, almeno in tempi recenti, è legata alla pellicola del 1998, Il Dottor Dolittle, interpretato per l’occasione dall’istrionico Eddy Murphy, primo di ben 4 sequel.

Inevitabile, quindi, che in un’ epoca piena di remake e di reboot (anche di prodotti di partenza decisamente discutibili), la Universal lanciasse una nuova versione del personaggio con il volto di Robert Downey Jr. L’attore, appena reduce dall’ultimo blockbuster del MCU, pare però fatichi a (ri)trovare la sua strada. Una performance stanca, trascinata, in cui la sua caratteristica ironia e il suo carisma non bastano a sorreggere il ruolo.

Il veterinario, in questa moderna versione, diviene un uomo disilluso e rinchiuso in sé stesso, a causa della perdita della moglie Lily (Kasia Smutniak). Vive recluso in una magione donatagli dalla regina d’Inghilterra, circondato solamente dai tanti animali che ha salvato nel corso delle sue avventure, fra cui il pappagallo Polynesia, vera e propria “guida spirituale”. Ma la sovrana è in fin di vita: Dolittle è quindi costretto a partire alla ricerca di una cura relegata in un’isola remota e introvabile. Ad aiutarlo, un ragazzino di nome Stubbins (Harry Collett), l’unico essere umano con cui il dottore decide di interagire dopo molto tempo. Avventura, azione, un personaggio famoso e dalle capacità straordinarie, nemici da sconfiggere e fantasmi del passato: gli elementi per un grande film per famiglie ci sono tutti. Ma il risultato non convince ugualmente.

La pellicola dura circa 1 h e 40, tempo massimo di attenzione per un pubblico di bambini, ma condensa al suo interno troppi elementi, rendendo la trama sconclusionata e piena di buchi. Il villain di turno, il dr. Blair Müdfly (uno sprecato e ridicolo Michael Sheen), è mosso dalla sete di potere e da un odio profondo nei confronti di Dolittle, che non viene minimamente spiegato o giustificato. Un personaggio assolutamente poco credibile tanto quanto Rassoulim (Antonio Banderas), padre di Lily in collera con il dottore, il quale però ha un improvviso e repentino cambio di atteggiamento, decidendo di aiutare il suo “rivale”.

Inoltre il reboot è pieno di trovate infantili, frutto di un umorismo scatologico e di espedienti capaci di strappare una risata solamente ad un pubblico al di sotto dei dieci anni. Viene quasi da domandarsi cosa abbia spinto Stephen Gaghan, sceneggiatore premio Oscar per Traffic di Sodembergh e regista di Syriana, ad accettare di dirigere questa trasposizione.

Altro difetto evidente è il doppiaggio fastidioso e spesso incomprensibile, soprattutto per quanto riguarda i personaggi “non umani”, pieni di nevrosi e paure ridicole. Una scena su tutte, quella in cui un gruppo di formiche “scassinatrici” parla nel dialetto tipico dei mafiosi dei film, scimmiottando la scena iniziale de Il Padrino. Il cast di voci originali è però composto da grandi star (Emma Thompson, Marion Cotillard, Ralph Fiennes, Selena Gomez, Tom Holland, Rami Malek, Octavia Spencer) e quindi la speranza è che la visione in lingua originale possa salvare almeno questo aspetto.

Dal punto di vista tecnico la pellicola risulta invece pienamente convincente e godibile. Una fotografia accesa e luminosa e una CGI che ricostruisce ambienti ed animali in maniera efficace, catapultano lo spettatore all’interno delle foreste, delle riserve e dei luoghi esotici che fanno da cornice alle vicende. La magione del dottor Dolittle è ricostruita in ogni piccolo dettaglio, e ciò aiuta a comprendere il personaggio meglio di qualsiasi altro elemento.

Una confezione impeccabile, ma vuota e stantia, che nel 2020 riporta indietro di anni i risultati raggiunti dalle grandi commedie per famiglie. E che, proprio come un magnifico giocattolo, dopo un po’ stanca.