Facciamo un gioco. Per un momento, immaginiamo un mondo senza Super Mario. Un mondo dove non ci sono principesse Peach da salvare, un mondo dove non ci sono blocchi da colpire né Yoshi da cavalcare, un mondo dove non si visitano galassie, dove non si collezionano stelle, dove non ci sono Goomba, Koopa o Bowser da sconfiggere. Entriamo insieme in questa dimensione parallela senza Super Famicom né Nintendo 64, senza Gamecube, Wii e Switch. Chiudiamo gli occhi. Respiriamo profondamente. Ci siete? Bene. Ora è il momento di riaprirli.

Ci troviamo a Brooklyn. Ci sono due idraulici, Mario Mario (Bob Hoskins) e Luigi Mario (John Leguizamo) che non se la passano molto bene. Non hanno soldi, il loro furgone cade a pezzi e i lavori che ricevono vengono sempre soffiati dagli impiegati di Anthony Scapelli (Gianni Russo), un imprenditore edile piuttosto losco che Mario conosce molto bene. Il termine ultimo per pagare l’affitto di casa si avvicina sempre di più, e da un momento all’altro potrebbero finire in mezzo alla strada. Mario e Luigi sono cresciuti senza genitori: il primo ha cresciuto l’altro con amore e pazienza, ma il pensiero che tempi più duri siano all’orizzonte lo tormenta.

A qualche isolato di distanza c’è una ragazza di nome Daisy (Samantha Mathis), una studentessa universitaria con una grandissima passione: i dinosauri. I suoi studi l’hanno portata a scavare sempre di più nel passato preistorico di New York, a tal punto da fermare numerosi cantieri della zona per i suoi progetti. Indovinate chi non è contento di questo? Proprio Scapelli, che da bravo mafioso minaccia Daisy e intima agli studenti di andarsene. È grazie a una telefonata che questi due mondi si uniscono: Daisy e Luigi si conoscono a un telefono pubblico e subito i fratelli Mario decidono di riaccompagnare in furgone la damigella. È troppo rischioso andare in giro da soli, soprattutto quando molte ragazze di Brooklyn sono misteriosamente scomparse negli ultimi giorni.

Dopo una cena a lume di candela, Daisy e Luigi si dirigono nel punto dove la giovane ha scoperto delle nuove e particolarissime ossa di dinosauro. E proprio sul più bello, dopo un sabotaggio degli Scapelli e una riparazione idraulica dei Mario, arrivano i responsabili della sparizione delle ragazze: Iggy e Spike, due bizzarri individui, che prendono Daisy e la rapiscono per portarla nel loro mondo. E con un rocambolesco salto interdimensionale inizia la leggenda dei fratelli Super Mario.

“Un’altra dimensione: l’universo della porta accanto”

… ok. Va bene. Non possiamo continuare questa farsa a lungo. Per parlare di Super Mario Bros., lungometraggio del 1993, il primo film mai tratto da un videogioco, bisogna partire per forza dalla sua genesi. A Brooklyn (è un mondo proprio piccolo) la Lightmotive è riuscita, non si sa bene come, a convincere la Nintendo a farsi cedere i diritti per un film in carne ed ossa sulla loro mascotte, l’eroe baffuto di grandi e piccini, Mario. In realtà, la Nintendo non ha mai avuto un vero e proprio interesse nei confronti del mondo cinematografico: la creatura che sarebbe nata da questo bizzarro progetto non voleva essere nient’altro che un esperimento curioso, un gioco e niente più.

Fatto sta che fin dalla sua genesi, il film di Super Mario Bros. non ha avuto vita facile. La prima bozza di sceneggiatura di quest’opera non prevedeva né Regno dei Funghi, né principesse da salvare, bensì uno sgangherato viaggio on the road sulla cresta di una storia semi-esistenziale. C’è chi lo paragonava a Rain Man, e infatti quella bozza rimase nota come Drain Man, l’uomo dello scarico. L’unico uomo ad essere scaricato fu proprio l’autore, nientepopodimeno che Barry Morrow.

Fu il turno di Jim Jennewein e Tom S. Parker, in seguito diventati celebri per The Flintstones e Richie Rich, pronti a scrivere una storia che facesse leva su un certo tipo di satira giocosa degli elementi favolistici in voga all’epoca. Scartati anche loro. A quel punto, il produttore Roland Joffé pensò di offrire il trono da regista al compianto Harold Ramis, ma quest’ultimo rifiutò, sebbene fosse un grande amante del videogioco.

Fu così che a Joffé venne in mente un’idea. O meglio, una persona. O meglio, un software: Max Headroom.

“Secondo me non siamo più a Brooklyn”

Joffè volò a Roma per incontrare i creatori di Max Headroom, una serie TV molto in voga negli anni ’80, il cui protagonista era un presentatore televisivo digitale, generato totalmente al computer (ma in realtà interpretato da Matt Frewer). Le due menti dietro alla figura di Max Headroom si chiamavano Rocky Morton e Annabel Jankel, marito e moglie cresciuti a fumetti, animazione e Tim Burton. Le trattative andarono a buon fine e i due iniziarono a lavorare al mondo dei due idraulici supereroi.

Erano passati pochi anni dai due Batman di Burton e dalle Tartarughe Ninja di Steve Barron. Se c’era una strada da seguire nell’adattare un’opera per ragazzi dal fumetto alla pellicola, era quella dell’oscurità. Anche Morton e Jankel decisero di seguire quella strada, plasmando un mondo dei dinosauri ostile e punk, imprevedibile e meschino. Con un piccolo, ma cruciale dettaglio: gli eventi della storia sarebbero stati una sorta di prequel dei videogiochi, una storia che narrasse la genesi della leggenda dei Mario, leggenda che sarebbe stata poi presa da Nintendo e trasformata in bit e pixel. Il modello da seguire era Ghostbusters: divertente, sì, ma anche bizzarro e dark.

Fu così che il mondo dei dinosauri diventò una metropoli buia e cyberpunk, piena di neon, piazze affollate, dittatura e cattiveria. Una delle tante cose che colpiscono di Super Mario Bros. è l’incredibile dettaglio dell’atmosfera e dell’ambientazione bladerunner-esque del regno di Koopa, a cura dell’art director Walter Martishius. I neon avvolgono un set – una ex fabbrica a Wilmington, North Carolina – che si erge verso il cielo, un labirintico inferno dominato da una natura rettile, quindi aggressiva, istintiva ed egoistica, claustrofobicamente caotica e semplicemente perfetta. Uno degli aspetti sicuramente più riusciti di questo film è proprio l’effetto di stupore e meraviglia che colpisce lo spettatore appena atterrato nella dimensione parallela, e questo punto di forza è riassumibile nella tagline: questo non è un gioco. Non lo è affatto, questa è un’altra storia. E i protagonisti della nostra storia sono Mario Mario e Luigi Mario.

“Quegli idraulici li voglio morti!”

Vi immaginate Dustin Hoffman e Tom Hanks nei panni di Mario e Luigi? Beh, in una dimensione parallela una cosa del genere sarebbe potuta accadere. Il primo aveva espresso interesse nella pellicola, ma venne scartato perché molto diverso dai lineamenti fisici di Mario. Il secondo, a causa dei suoi recenti fallimenti al botteghino, venne messo in disparte. Al loro posto, altri attori vennero contattati per una parte: a Danny DeVito venne offerto il ruolo di Mario e il ruolo di regista, ma rifiutò. Arnold Schwarzenegger e Michael Keaton avrebbero potuto fare Koopa, ma entrambi rifiutarono quasi immediatamente. Alla fine, i due eroi presero le sembianze di Bob Hoskins (recentemente sulla cresta dell’onda grazie a Chi ha incastrato Roger Rabbit? e Hook – Capitan Uncino) e un giovane attore comico, John Leguizamo. Un inglese e un latino che impersonavano due idraulici italiani: può sembrare assurdo, ma Hoskins possedeva un’innata abilità nell’imitare l’accento italo-americano, e Leguizamo aveva una grandissima voglia di vendetta artistica nei confronti di Al Pacino, che interpretò il latino Tony Montana in Scarface.

Samantha Mathis fu assunta nel ruolo della principessa Daisy, la ragazza in bilico tra due mondi, mentre Iggy & Spike vennero interpretati da Fisher Stevens e Richard Edson (ex batterista dei Sonic Youth). Invece il viscido, infido e malvagio Koopa assunse le sembianze di un attore d’eccezione, il grandissimo Dennis Hopper. Tutti i ruoli erano ormai confermati, come anche la location, i fondi e la data delle riprese. Insomma, sembrava tutto andare per il verso giusto.

Poi arrivò la Disney.

“La conosci la legge”

La Disney acquistò i diritti di distribuzione negli USA, e di conseguenza impose numerosi cambi e tagli nella sceneggiatura, che venne martoriata e rimaneggiata senza criterio. Morton & Jankel erano furibondi, come anche il cast, trovatosi nell’occhio di un ciclone fatto di riscritture improvvise e cambi di ambientazioni. Morton si ritrovò quasi fuori dal progetto senza rendersene conto, ma grazie alla Directors Guild of America riuscì a tornare nell’editing room.

Super Mario Bros. era stato concepito come una creatura bizzarra e dark, come un esperimento al di fuori di qualsiasi universo videoludico, senza alcuna pretesa di assomigliare alla saga della Nintendo. La Disney, al contrario, spingeva per una pellicola più “family friendly”, censurando numerose scelte artistiche dei due registi e plasmando una Dinohattan meno distopica e offensiva (poveri bimbi americani). Morton e Jankel si ritrovarono a riscrivere continuamente la sceneggiatura durante le riprese, rendendo il set una bomba a orologeria in cui gli attori si muovevano senza una direzione precisa. Ciononostante, le performance del cast sono divertentissime e fantasiose, e l’alchimia tra i personaggi è una delle cose che più colpisce di questo strano essere.

Un altro elemento degno di applausi è l’utilizzo degli effetti speciali. Super Mario Bros. fu uno dei primissimi film a utilizzare effetti speciali sia digitali che fisici, mescolandoli alla perfezione e mantenendo uno stile cyperpunk a metà strada tra Blade Runner e il Batman burtoniano. Ma non sono solo le ambientazioni a colpire: personaggi come Yoshi e i fantastici Goomba sono realizzati talmente bene che sembrano esseri viventi a tutti gli effetti, circondati da quei funghi che avvolgono in una stretta asfissiante l’intera città. Anche in questo la Disney ebbe molto da ridire, ma alla fine i due registi riuscirono a includere queste visioni mostruose (ma allo stesso tempo adorabili) nella versione finale del film.

La lavorazione di Super Mario Bros. fu, come già detto, un disastro. Sono note a tutti le interviste a Hoskins, Hopper, Leguizamo e Mathis, e tutti loro hanno più e più volte definito Mario il peggior film che abbiano mai fatto. Dennis Hopper era il più furioso di tutti: si racconta che sul set, dopo l’ennesimo cambio di copione, diede in escandescenze e insultò mezza produzione. E come dargli torto? Forse la pecca più grande del film è proprio una trama che, se nella prima parte della pellicola risulta divertente e avvincente, nella seconda metà risulta piuttosto spenta e non ispirata, quasi “rattoppata” alla bell’e meglio.

A riprese concluse, iniziò la fase di montaggio e post-produzione. Per quasi un anno non si ebbero notizie di alcun tipo, complici anche numerose versioni con scene estese costantemente scartate. Poi, nella primavera del 1993, uscì il primo trailer in assoluto. La reazione non fu delle migliori: il pubblico era piuttosto perplesso. Come Mario, si chiedevano se fossero caduti improvvisamente in una dimensione parallela nella quale la Nintendo si fosse trasformata in una compagnia di intrattenimento più “maturo”. Brutto segno.

“Chi in battaglia scappa via, vive a lungo, e così sia”

È facile intuire il risultato al botteghino di Super Mario Bros. A fronte di un budget di 48 milioni di dollari, il film ne incassò solo 20, meno della metà. Quasi tutti i giornali bocciarono il lungometraggio senza pensarci due volte, apprezzando però le prove di Hoskins e Hopper e gli effetti speciali all’avanguardia (ritenuti dalla Disney tra i quattro migliori effetti speciali prodotti quell’anno, in vista degli Oscar). Esteticamente approvato, ma totalmente pessimo dal punto di vista della storia, ritenuta troppo tagliuzzata e blanda. Solo il Washington Post approvò entusiasticamente la pellicola, con quel “It’s a blast!” che ormai campeggia su tutti i DVD americani.

In Italia il film venne distribuito dalla Life International, che senza alcun motivo decise di tagliare totalmente la parte finale del film, facendolo finire con i festeggiamenti di tutta Dinohattan. Nel bel mezzo della festa della liberazione di Koopa, i fratelli Mario erano scomparsi.

Anche Rocky Morton e Annabel Jankel sparirono dalla circolazione dopo il fiasco dei due idraulici, tornando a lavorare su ciò che sapevano fare meglio: video musicali e pubblicità. Il film venne presto dimenticato, per poi riacquisire notorietà con l’uscita in DVD nei primi anni duemila negli USA e diventando il classico film di culto. In Italia sono quattro le edizioni in DVD, e purtroppo tutte e quattro presentano evidenti difetti tecnici, frutto dello scarso interesse per una pellicola che tutti odiano.

“Affidati al fungo!”

Sì, perché questo film lo odiano tutti. Non si può parlare su internet di Super Mario Bros. senza incontrare il classico buontempone di turno che, con spavalderia e gratuita cattiveria, spara a zero su un film che, a suo tempo, fallì su (quasi) tutti i fronti. “Un film bruttissimo”. “Oddio mio, gli incubi, LOL”. “Mamma mia perché”. “La cosa più brutta che abbia mai visto” e così via.

E allora torniamo nel mondo della Nintendo, del Super Famicom, delle cartucce da soffiare, di Zelda, Donkey Kong, Kirby e dell’impero creato da una delle aziende più importanti e influenti della storia giapponese e mondiale. Da una parte abbiamo una cartuccia di Super Mario World, videogioco imprescindibile e fondamentale, esperienza ludica indimenticabile che ha plasmato le infanzie di bambini e bambine di tutto il mondo. Dall’altra, abbiamo un progetto esotico e interessante, divertente, con atmosfere e musiche eccezionali. Non perfetto, per carità, ma ingiustamente bullizzato perché non come gli altri volevano che fosse.

Super Mario Bros. è un bel film. Questa non è una provocazione: è un dato di fatto. Pur con i numerosissimi problemi che questa pellicola ha incontrato nel corso della sua vita, l’opera di Morton e Jankel è un’avventura eroica in un mondo assurdo, un film che parla di amore fraterno e coraggio, una dimensione parallela diversa, sì, ma gustosa e avvincente. Ostracizzato e occultato per molto tempo, Mario Bros. è il simbolo di un cinema che non esisterà mai più, quello della totale libertà creativa, indipendente da qualsiasi colletto bianco o stretta di mano. Bob Hoskins e John Leguizamo (fantastici insieme) sono protagonisti di una pellicola anarchica e punk fino al midollo, sgangherata ed esilarante, che in una industria sempre più multi-dimensionale come quella attuale non potrà mai più divenire realtà.

Come la pietra di Daisy che unisce i due universi paralleli, Mario è stata un’occhiata in un mondo diverso, un what if in cui i videogiochi sarebbero stati da una parte e i film da un’altra, guardandosi con curiosità ma mantenendo le loro identità ben distinte, nel segno di una sublime indipendenza creativa. E ora, con l’arrivo nel 2021 di un nuovo film dell’idraulico baffuto ad opera della Universal, il rischio è quello di mettere una pietra, stavolta rocciosa e pesante, sopra la creatura dei due registi.

Chissà. Magari le cose sarebbero potute andare diversamente. Magari, se la Disney non avesse imposto tagli e modifiche, avremmo potuto avere un grande film, uno di quelli ricordati, uno di quelli ricoperti di “Anniversary Edition”. E invece quel DVD rimane sullo scaffale, indifeso, pronto ad essere di nuovo ricoperto di insulti gratuiti.

Speriamo che le cose cambino. Affidiamoci al fungo.